This sub-section –dedicated mainly to the architectonic organism– will illustrate the style of modern Mediterranean architecture in relation to the languages and architectonic types adopted
Francesco Fichera ( Catania 1881-1950).
In modo esemplare, Fichera ha attraversato le tensioni dell’architettura del ‘900, dal liberty del progetto romano di Villa Ghirlandina (1907) al razionalismo ‘esaltato’ del Tribunale di Catania (1936-1950 c.); proponendo con le sue opere una significativa testimonianza di come suggestioni internazionali e spirito di rinnovamento possano essere praticati senza tradire le proprie radici culturali. Sul piano teorico, all’inizio degli Anni Trenta sottolineava il problema delle nuove forme e dei nuovi materiali d’architettura che venivano sovrapposti ‘senza un pensiero’ alla grande tradizione costruttiva mediterranea; e senza negare gli aspetti positivi della tecnologia del cemento armato e gli elementi di rigore formale introdotti dall’estetica purista, metteva tuttavia in guardia gli architetti italiani da un frettoloso quanto meccanico adeguamento ‘all’ultima moda’ che pericolosamente fraintendeva la modernità con quello ‘spasimo di originalità, che negli estremisti confina col grottesco’. Non si tratta di una difesa pregiudiziale o acritica della Tradizione, della quale vengono riconosciuti i valori ma anche ‘l’attuale crisi stilistica’ (come si titola un suo appassionato pamphlet del 1935); così del Razionalismo -‘fenomeno di provenienza nordeuropea e orientale, anticlassico’- sa apprezzare la ‘azione energica, rivulsiva ma, diciamolo francamente, anche purificatrice’ e però non può fare a meno di criticare il ‘dominio livellatore del nuovo meccanismo costruttivo’ che proprio il Razionalismo ha imposto con l’uso del cemento armato: il quale ‘ha origini nel fuoco e quindi non ha patria come le pietre e i marmi’.
A quanti senza accorgersi ripetono gli stilemi, ‘le forme elaborate da altri, con altra storia, altro clima, altri mezzi, altra anima’, a quanti aspirano alla perfetta originalità per via della perfetta ignoranza, Fichera ricorda come la ricerca del Nuovo somigli, quando è acritica, a ‘l’emballement del collegiale che affronta la vita. Per cui ogni cosa e ogni forma dev’essere cemento armato, anche quando può e dev’essere muratura, ferro, legno. (…) Non si fa il nuovo’ -coclude Fichera-
‘rivolgendosi al nuovo di chi vive in altri climi: bisogna restare, sì, nel proprio tempo, ma anche nella propria terra e nella propria storia’. Per Francesco Fichera è possibile, dunque, costruire una Modernità che conservi ed esalti l’identità dei luoghi: opere come la Casa sulla lava (1926) o Villa Gina (1929) esprimono un atteggiamento intellettuale tuttora fecondo e concreti riferimenti formali per riportare l’edilizia contemporanea entro il vaso d’una ritrovata tradizione.