Marco Casamonti
L’incarico che hai ricevuto dalla decima Biennale di Architettura di Venezia a riguardo della questione meridionale mi pare ancora notizia troppo recente per chiederti delle anticipazioni di contenuti; tuttavia questo prossimo impegno è il riconoscimento del tuo lavoro e dei tuoi interessi di questi ultimi anni focalizzati a considerare il Mediterraneo in senso allargato come un patrimonio di esperienze di straordinario interesse e valore. Ma ha senso porre una questione meridionale anche per l’architettura?
Claudio D’Amato
Se consideriamo il significato negativo che ha assunto il termine “questione meridionale” con riferimento alle storiche difficoltà sociali e produttive del Mezzogiorno d’Italia, direi di sì, che ha senso parlarne anche per l’architettura contemporanea italiana, poiché al sud più che al centro e al nord, si manifesta con maggiore evidenza e violenza l’aggressione ai caratteri propri delle città storiche e del paesaggio da parte della cosiddetta cultura della modernità. Ma la questione meridionale è molto più complessa, perché essa va ben oltre il suo ambito geografico, perché fa riferimento ad un modello culturale antagonistico a quello modernista, e che è il vero oggetto del rifiuto e dell’aggressione.
MC
Forse ai lettori di Area può interessare quella tua insistenza sulla contrapposizione tra aree culturali e modelli costruttivi come indicazione di diverse identità. Pensi che in una realtà così “globalizzata” come quella attuale abbia ancora senso parlare di aree di tradizione elastico-lignea e di aree di tradizione plastico-muraria?
CD’A
Fenomeni di globalizzazione ce ne sono sempre stati nella storia –pensa a quelli di epoca ellenistica, romana o bizantina– senza che tuttavia l’uso di una koiné diálectos abbia significato l’azzeramento delle molteplici culture regionali. Anzi direi che quel comune sentire fu allora la condizione per il riconoscimento delle diversità. Un mondo omologato, che voglia imporre un solo modello culturale, è invece solo un mondo stupidamente globalizzato. Le civiltà architettoniche si formano lentamente, nel lungo periodo; e lentamente si trasformano; e la tecnica costruttiva spesso costituisce il sostrato che consente il cambiamento, ma anche il mantenimento del “carattere” di un’area culturale architettonica. Dunque non solo ha senso parlare di questa distinzione –che comunque sarebbe riscontrabile anche se non lo volessimo- ma soprattutto è nostro interesse esaltare queste differenze. L’abbandono delle ricerche sull’architettura muraria è solo un dato culturale transeunte, che rientra nel paradigma della cultura oggi vincente, quella che accetta la distinzione fra involucro e struttura.
MC
In che misura ed in quale modo pensi di inserire il tuo lavoro all’interno del Padiglione Italia, che per la prima volta sarà dedicato interamente ed esclusivamente alla valorizzazione dell’architettura contemporanea?
CD’A
Cercherò di valorizzare dialetticamente quei progetti i cui autori non soltanto hanno rifiutato la damnatio memoriae, ma che hanno continuato a progettare credendo nella unità disciplinare dell’architettura.
MC
Inoltre i tuoi interessi sono rivolti da anni verso l’antico, addirittura verso l’archeologia: in che modo questo scarto temporale può essere attualizzato? In che modo, intendo dire, queste tue esperienze possono essere utili per l’operare d’oggi?
CD’A
E’ noto che “chi conosce il passato possiede il futuro”. La conoscenza e lo studio dell’antico sono –dovrebbero essere– intrinseci alla formazione dell’architetto; il che non vuol dire che i collegamenti fra ricerca e progetto debbano necessariamente e banalmente essere esplicitati. Per una cultura architettonica che voglia operare in continuità con le sue radici e che crede nel valore delle differenze, lo studio della storia è essenziale non come vezzo intellettualistico, ma in quello propriamente operativo di conoscenza della storia delle forme e delle loro tecniche costruttive. Una architettura di pietra –per esempio– che non voglia banalmente usare la pietra come materiale da rivestimento, non può darsi senza lo studio della stereotomia, sia nel suo sviluppo storico che nelle sue procedure attuative.
MC
Si parla molto del dialogo tra sud e nord, delle diversità e divergenze che separano il paese con forze politiche e culturali che vorrebbero addirittura dividerlo proponendo improbabili separazioni. Curando questa sezione pensi di insistere proprio su queste differenze, sulle peculiarità che rendono unico il meridione, pensi di sottolinearne il carattere e la forza o al contrario proporrai un’immagine che tenda ad unire i due diversi poli?
CD’A
Farò in modo che tale differenza venga fuori in tutta evidenza; ma, come ho già detto, in architettura la differenza nord-sud non è geografica, ma culturale. E’ noto che nel caso del cosiddetto “movimento moderno” c’è stata agli inizi una variante “muraria”, successivamente sconfitta da un complesso intreccio di fattori economici, storici, ideologici, ecc. che si espresse non solo in paesi come l’Italia ma –penso per esempio alla Germania– nel cuore stesso della modernità. Si può pensare in termini plastico-murari anche stando al nord, quando gli ideali architettonici fanno riferimento a quella particolare forma di razionalità che ha le proprie radici nella civiltà greca, a quel modo di ragionare unitario e dialettico che procedendo dal logos, diede luogo per la prima volta al concetto di organicità dell’opera d’arte.
MC
Facendo un bilancio di quanto è accaduto negli ultimi anni, quanto si è realizzato e quanto ancora si potrà realizzare in termini di costruito nel Sud Italia?
CD’A
Per quanto riguarda il futuro, non sta a me rispondere: una mostra osserva la realtà, la analizza, ne propone bilanci, e contribuisce a farla conoscere anche nelle sue parti meno visibili; ma poi il compito di programmare investimenti e decidere politiche territoriali appartiene al mondo della politica.
MC
Ma quali aspettative, quali opportunità, quali urgenze o indicazioni potremo ricavare da questa inedita ricognizione?
CD’A
Spero di contribuire a individuare problemi, a suggerire soluzioni, a far emergere territori non esplorati di intelligenze che possano dare il loro contributo alla costruzione dell’architettura e al risarcimento delle città mediterranee in un mondo che oggi sembra dominato solo dal culto dell’immagine, della tecnologia e delle rapide trasformazioni.
MC
Ed in un’ottica ancora più ampia, diciamo europea, l’intero territorio italiano è sud. In quest’ottica, in che misura la nostra architettura compete e si relaziona con quella del resto dell’Europa?
CD’A
Anche se la stragrande maggioranza degli architetti sembra averlo dimenticato, l’architettura italiana appartiene per intero alla cultura del Mediterraneo: solo se essi non continueranno a proporre brutte copie dell’architettura olandese, solo se sapranno riscoprire le loro radici ed interpretare con intelligenza la nostra tradizione, potranno –dopo avere molto riflettuto– tornare ad essere competitivi in Europa e nel mondo.